martedì 24 aprile 2012

Per fortuna c'è la musica!


Stati Uniti, Philadelphia, sorgere del sole. Un pugile corre come un matto e percorre tutto d’un fiato una scalinata interminabile, alzando le braccia al cielo una volta in cima, sulle note di “Gonna fly now”, un po’ come me tutte le mattine (in questa lunga frase c'è una bugia, un premio a chi la trova!).
Cambio di scena.
Incandescente West, mezzogiorno. Il sole frusta implacabile i cappelli di due gringos che si stanno per massacrare. Sguardo penetrante e fisarmonica indimenticabile di Ennio Morricone in “C’era una volta il west”.
Ancora.
Oceano Atlantico, ora aperitivo. Prua di una nave. Due giovani amanti stanno per darsi il loro primo bacio, cullati dai flauti di “My heart will go on”.
Ora riavvolgiamo il tutto e, seduti comodi con pop corn in mano, rivediamo le scene senza musica.
Il minimo che vi possa capitare è avere la sensazione di assistere alla proiezione di un film polacco sulla riproduzione delle pecore nella steppa, senza sottotitoli ovviamente, visto l’assenza di dialogo.
Per fortuna che c’è la musica!
Già, me lo sono detta quando, giorni fa, ho letto un articolo del Corriere sul nuovo album che Yoko Ono, Patti Smith e Jackson Browne stanno producendo per il movimento Occupy Wall Strett. Il giornalista sostiene che in questo periodo storico la musica e gli artisti più famosi non siano sufficientemente coinvolti dalle vicende e dai movimenti che stanno portando evidenti segnali di cambiamento del contesto sociale. La presenza delle star della musica nell'attualità è marginale e farebbe rimpiangere iniziative leggendarie come Woodstock o il concerto nell’isola di Wight. Manca la colonna sonora, insomma. A parte il fatto che non sono del tutto convinta che Janis Joplin, fatta come un caco sul palco nel ‘69, fosse pienamente consapevole di entrare nella storia del rock. Detto questo, la musica è ovunque, e sta cogliendo tutte le opportunità della tecnologia moderna, sfruttandone totalmente ogni sua forma. La sua diffusione e la commercializzazione è talmente tentacolare che la vera questione, penso, non è l’assenza della musica ma il diverso tipo di coinvolgimento della massa e la partecipazione dell’individuo, sia come musicista che come spettatore. Se ti perdi un concerto, ad esempio, te lo puoi rivedere su Youtube o in diretta in streaming. L’utenza è polverizzata, ma può portare allo stesso tipo di risultato. La musica arriva a tutti, imbrigliando le persone in una forma di partecipazione più individualista, sì, ma non meno efficace. Non si può quindi dare del qualunquismo, o dell’hipsterismo (non vedevo l’ora di usare questo termine che odio, per alzare il coperchio della pattumiera e buttarcelo!), anche alla musica.
Per questo abbiamo chiesto ai nostri utenti quale fosse la loro musica del momento, per conoscere le note che stanno accompagnando questi giorni così difficili.
Beh, innanzitutto colgo l’occasione per ringraziare della partecipazione melodica di tutti. Anche perché la segnalazione di alcuni pezzi mi ha già cambiato la vita (quando una canzone ti si pianta nel cervello non te la togli più). Ma più che altro, ho fatto un esperimento.
Ho selezionato quelle più citate e ne ho fatto una piccola play list.  Se voleste provarci, consiglio la riproduzione casuale… quel solletico di attesa e sorpresa rende tutto un po’ più live.
Ho fatto partire la musica e mi sono messa a cucinare, finchè non era finita. Sarà anche stato merito del mezzo litro di Raboso Vivace degustato a piccoli sorsi a rallegrare il tutto, ma vi assicuro che il risultato è stupefacente.
Qualunquismo un cazzo!
Lungi da me da fare il critico musicale e sparare qualche parolone o frase ricercata per sottolineare la mia assoluta ignoranza a riguardo. Ma amo la musica e ascoltando queste canzoni mi sono sentita viva e presente.
Eccole (in elenco assolutamente casuale):


Lilies in the valley - Jun Miyake
Alt! - Teatro degli orrori
Apple tree - Wolfmother
Somebody that I used to know – Gotye ft. Kimbra
Walk - Foo Fighters
L’inno di Mameli
In loving memory - Alter Bridge
Harvest moon - Neil Young
All things must past - George Harrison
Benzina Ogoshi - Subsonica
Poker face - Lady Gaga
Il viaggio (pochi grammi di coraggio) - Daniele Silvestri
Lonely boy - The Black Keys
Young, wild and free – Snoop Dogg & Wiz Khalifa
La descrizione di un attimo - Tiromancino
Titanium – David Guetta ft Sia
I’m free - Rolling Stones
Padania - Afterhours
Neverending Mary - Destrage


Credo che sia estremamente facile e azzeccato parlare del niente non dicendo niente. Mi viene automatico quindi alzare il volume e coprire il rumore con il suono.
Se la colonna sonora è questa poi, il film non dev'essere così male.


FameChimica

venerdì 13 aprile 2012

Pane quotidiano

I viaggi in treno vogliono la scrittura. A meno che uno sia costipato in un carro bestiame, stretto e unto come tonno in scatola. E la prima classe aiuta. Non é abitudine, era l'unica possibilità. Il vantaggio dell'unica possibilità. Viaggiare significa anche sapersi adattare, no?
Ma più che altro non c'é occasione migliore di un viaggio per rispondere alla domanda che mi ero fatta alcuni mesi fa, la stessa che mi ha spinto a bussare alla porta dei nostri amici espatriati e farmi una diagnosi precisa dei miei dubbi. E la risposta, carissimi sostenitori in punta di piedi, é si, voglio scappare.
É proprio un imperativo, un bisogno impellente, come il bagno dopo un litro di birra. Perché scappare? Perché ho molto ma non abbastanza, perché sento la mia città limitata e addormentata, il mio paese lento e i miei coetanei indifferenti. Non ho la certezza spudorata che altrove possa trovare ciò che cerco, ma di sicuro non é qui.
Ho provato a razionalizzare sapendo che il mio grave può essere appena sufficiente, se non buono, visto dall'angolazione giusta. E alla fine mi sono detta che voglio scappare perché non mi sento libera.
Saltando il discorso della fortuna della nostra generazione, perchè ormai è evidente quanto dissonante con quanto sta accadendo nel mondo ora. Evitando i luoghi comuni del giovane di oggi più fortunato del padre, giovane di allora. Dimenticandosi del fatto di essere viziati e svogliati, per quella miccia che ci manca sotto il culo (che forse non è proprio così). Tralasciando tutto questo, ugualmente non mi sento libera, perché non ho un'alternativa. Voglio andarmene non perché non amo il mio paese, ma perché non ho un'alternativa per restarci. E mi sono chiesta se questo é un motivo sufficiente per andarsene. Fatta, altri dubbi cazzo! Quindi mi sono riletta tutte le interviste, al limite della paranoia, come se non fosse già evidente dal tentativo di rendere un blog e una pagina facebook un passepartout per il miglioramento sociale. Delirio, ma sul serio ho chiesto a chi è andato via di raccontarmi il meglio di fuori per portarlo qui. Paroloni senza (molti) fatti. Lo so.
Ma se ci fosse? Se sul serio esistesse un'alternativa me ne andrei?
No.
É come quando uno ha fame e non ha niente in casa, solo acqua e farina, quindi esce per andarsi a comprare qualcosa (non datemi della retrò se ho messo uscire anziché chiamare un take away). Ecco, uno esce.
Ma se imparasse a farsi il pane?
Buon week end.



FameChimica

giovedì 12 aprile 2012

Partenze: ritorni


La sola sensazione che mi veste dopo la rilettura di queste interviste è riempire il trolley scassato, metterci le prime cose a portata di mano, scordarsi il detergente per il viso (rendo l’idea?) e partire.
Ma se non significasse solo questo andarsene? Mi ci voleva qualcuno che stesse tornando, ecco. Quindi mail alla mano, ho chiesto a Paolo di farmi cambiare idea, di provarci almeno, raccontandomi i motivi che lo stanno riportando in Italia, dopo un periodo in Germania.

Quando sei partito, cos'hai messo nella valigia?
Più che riempire la valigia ho riempito la macchina! La tempistica è stata un po' strana, il trasferimento era stato ipotizzato un anno prima, ma era bloccato a causa della crisi... Poi è stato necessario trasferirsi d'urgenza con solo due settimane di preavviso. Ed eccomi in Germania, un anno e mezzo ad Augsburg ed un anno e mezzo a Monaco. Il tempo è volato e la macchina è sempre piena di valigie!

Di cosa ti occupi a Monaco? Cosa ti ha portato quest'esperienza?
Multinazionale, ufficio Acquisti Corporate. Il mondo del lavoro ti porta a girare, il che significa sia stare per qualche anno fisso all'estero, che essere spesso in hotel a destra e sinistra. A suo tempo le alternative erano Asia o Germania, ma ho scelto la seconda, sia per la distanza che per il tipo di lavoro, decisamente più interessante e rivendibile. Col senno di poi la giusta scelta direi...

Volevi vedere il mondo per curiosità o perchè non avevi scelta?
Voglia di cambiare, sia lavorativamente che nel privato. Voglia di evasione dalla routine di tutti i giorni, voglia di fare un periodo all'estero finché si può, voglia di verificare se veramente il Veneto era il posto perfetto per me. E voglia di mettermi alla prova. Il tedesco un pò lo conoscevo, ma lavorare con lingua diversa, altra cultura, e responsabilità in più non è una sfida da sottovalutare. Riassumendo: tante cose tutte assieme, qualcuno direbbe che sono tanti motivi mescolati nel caos. Ma ho trovato la mia certezza, nella mia città sto bene, vicino al mio mare, alle mie Dolomiti!

Ti senti diverso da chi è restato in Italia perchè…?
Sì, mi sento diverso. E’ come se avessi fatto un corso di “intercultural training” di tre anni. Ci sono delle differenze culturali che stando in Italia non si possono capire. Non serve molto, forse basta anche un “Erasmus” che a suo tempo non ho fatto, ma credo che stare un po' all'estero ti apre veramente la mente; forse se tre anni fa qualcuno me lo avesse spiegato ci avrei creduto sì, ma non ci avrei dato tutto il peso di oggi. Anche se Italia e Germania sono vicine geograficamente, e se molti aspetti della storia sono simili o comuni, in realtà le persone di comportano in modo diverso, ed hanno una visione del mondo molto più ampia che dal nostro lato delle Alpi. Per fare un esempio: a molti italiani Milano sembra il centro del mondo per l'economia. E molti compagni di Università si sono trasferiti lì, perchè il Veneto è provinciale al confronto. Poi d'improvviso ti ritrovi all'estero e ti rendi conto che la “Borsa di Milano” neppure viene nominata in Germania. Ho imparato poi ad apprezzare ciò che di buono e di tipico abbiamo. Non parlo solo della pizza, ma anche di tutte le risorse naturalistiche, paesaggistiche e storiche, che purtroppo non sfruttiamo a sufficienza.
Ad ogni modo, tanti discorsi che ora sento in Italia mi fanno ridere, ed in parte mi fanno dire che siamo veramente anni indietro. Nasciamo e cresciamo nella stessa città, convinti che sia il paradiso, o ipocritamente ci lamentiamo che da noi va tutto male; all'estero invece si cambia città molto più frequentemente, e si decide più coscientemente cosa si vuole fare e dove si vuole vivere.

Oggi, a 3 anni di distanza, sei pronto per riprendere la valigia e tornare in Italia. Mancanza del tuo paese o insofferenza verso la Germania?
Direi la prima. Il mare, il sole. Pare strano ma sono disposto a pagare più tasse, ma distante dal mare non riesco più a stare! (ndr applauso al nostro intervistato che riesce a far le rime) E poi un quinto inverno con troppa neve e freddo non fa per me! Faccio mia la teoria che la neve sta bene sulle piste da sci, con l'eccezione del Natale dove è ammessa anche in città.

Tornare ti spaventa? Se sì cosa?
Tutti mi chiedono se sono preoccupato del lavoro, della crisi, dicono che in Germania sarei più sicuro. Forse è vero, ma la vita non è solo lavoro, e chi si dà da fare trova lavoro anche da noi. Non sono pessimista. Come dico scherzosamente, un chiosco in spiaggia dove lavorare lo trovo senza grossi problemi! Forse il punto di domanda che più mi preoccupa realmente è il rischio di annoiarmi. Professionalmente manterrò l'attuale responsabilità internazionale e la possibilità di viaggiare all'estero, che non guasta. Ma nel privato essere sempre e solo nei soliti posti non credo che farà per me, come prima che partissi. Uno dei motivi che mi ha spinto a partire è stato questo. Soluzione facile, girare il weekend e viaggiare all'estero nelle ferie, basta volerlo!

Cos'è la prima cosa che farai una volta tornato definitivamente?
In realtà ogni 2 weekend ho fatto la spola verso Treviso: 5-6 ore di auto non sono poi tante. Quindi non mi sono fatto mancare gli amici, i bar, il mare d'estate e d'inverno e la famiglia. Perchè sono tornato così spesso? Affetti a parte, fin dall'inizio la risposta è stata: voglio vivere il Paese in cui vivo, ma non voglio perdere l'Italia. Ho macinato migliaia di chilometri ma son contento della scelta.

Birra o spritz?
Entrambi. E anche un bel vinello in un bacaro veneziano.

martedì 27 marzo 2012

Partenze: London calling!

Avete presente il video di Bitter Sweet Symphony? Sicuramente sì. Richard Ashcroft cavalca in Hoxton Street e non si ferma davanti a nulla. Bitter Sweet teppista inglese.
Con meno arroganza ma con la stessa faccia da vandalo di buone maniere, potreste scontrarvi per caso in un pomeriggio di pioggia con Alessandro Grespan, italianissimo orgoglio espatriato.
Sulla Bio del suo sito leggiamo “When asked why did he film a thing that made no sense, he said that it would make sense, if you made a video out of it”. E vi assicuriamo che dice tutto.
Classe 1984, veneto, vive da 3 anni a Londra e ci aiuta, nel nostro giro del mondo virtuale, a capire come (gli) vanno le cose.



C'era una volta un ragazzo italiano partito per Londra, e…
E ora non c'è più. E' rimasto poco di quel ragazzo mi sa, sembra una frase fatta ma mi sento molto cambiato.

Partito o scappato?
Partito. Non ero del tutto convinto, volevo cercare lavoro in Italia, o meglio prendermi una pausa, fare qualcosa che amavo, ma poi è arrivata un'offerta di lavoro ancora prima di finire la Laurea, e mi ci sono buttato.

Dicci che fai colazione con la tazza della Regina, please.
No, colazione espresso all'italiana. Il tè annaffia pomeriggi e sere però.

Perchè Londra? E perchè non Italia?
Conoscevo Londra per uno stage, sapevo che era l'unica città in Europa dove oltre ad opportunità di lavoro immediata in marketing, avrei anche trovato una grande scena artistica e culturale. Ed è stato così.

Piani di conquista del mondo?
Sì. Ma aspettiamo a vedere se i Maya hanno ragione, sennò cosa lo conquisto a fare se poi finisce tra sei mesi. Piuttosto non ci penso e mi rilasso.

Considerata la tua esperienza, ti senti fortunato o coraggioso?
Dico sempre che sono fortunato, ed è vero, ma è il risultato di un'equazione. La fortuna non esiste in sè stessa, è solo un risultato statistico la cui probabilità aumenta in modo direttamente proporzionale all'aumentare di eventi coraggiosi e di fatica e preparazione.

Trovi una foto di te appena prima di partire. Cosa ti è rimasto e cos'è cambiato radicalmente?
Mi è rimasto l'amore sterminato per la mia famiglia e la mia terra. Ho perso molti capelli, e sono cambiate tante cose, troppe forse da elencare.

Cosa odi di più della tua generazione? Cosa ami di più?
Odio che abbiamo tutto: non è colpa nostra, siamo nati così. Ma abbiamo tutto, e non c'è nessun bisogno nella nostra vita. Se non hai bisogno, non crei nulla. Odio la nostra generazione perchè non sta creando nulla. Amo le possibilità infinite di comunicazione e conoscenza che abbiamo, la libertà infinita che abbiamo rispetto alle generazioni passate. Non sfruttiamo nulla di tutto ciò, però ce l'abbiamo.

Se al posto di Monti avessero scelto te, qual è la prima cosa che avresti fatto per l'Italia?
Abbattimento costi per aprire una srl ed alleggerimento costi del lavoro. Deve essere più facile fare impresa. E poi istruzione, istruzione, istruzione! Ah e un'occupazione del Senato toh.

Quando vincerai il primo Oscar come regista, ci nominerai nel discorso di ringraziamento?
Non vincerò mai niente neanche lontanamente del genere!
(nrd scongiuri da star!)

mercoledì 22 febbraio 2012

Partenze: Lo zio d'America


Se la vita fosse uno sketch comico, Marco Vecchiato sarebbe sicuramente la battuta finale, quando scoppiano gli applausi e le risate a cascata. Lui, che il sorriso ce l’ha sempre stampato sul viso (ve lo possiamo assicurare anche se non lo avete mai visto), e ve lo appiccica addosso come una buona abitudine.
Riusciamo a trovarlo on line dalla sua casa a Newburgh, nello stato di New York, dopo le vacanze natalizie in patria, un po’ nostalgico ma sempre allegro.
Vogliamo sapere.



Da quanto vivi a Newburgh?
Ad Aprile sarà un anno.
Cosa fai nella vita americana?
Mi sono trasferito per lavoro,  per una ditta italiana che ha acquistato un’azienda statunitense. Gli serviva un intrepido giovane italiano che mollasse tutto e si trasferisse qui per fare da connessione tra le due parti. Ed eccomi qui! Tecnicamente mi qualificano come Product Manager.

Quali sono le ragioni che ti hanno spinto a partire?
Per prima cosa, sono un americanofilo fin da prima di trasferirmi. Ero già stato in vacanza svariate volte a New York e in Florida, amo moltissimo gli sport americani. In più volevo fare un'esperienza all’estero, a trent’anni mi sentivo pronto per fare un salto nel buio. Sono single e tutti i miei amici o sono fidanzatissimi o sposatissimi, c'è chi ha già figli. Mi sentivo un pesce fuor d'acqua: volevo cambiare aria e dare una svolta sia alla mia vita privata che a quella lavorativa. Col senno di poi, visto il periodo di crisi in Italia, sono stato molto fortunato.

Quali sono le ragioni che ti fanno restare?
Uhm. Per prima cosa NON vivo a NY, ma bensì in una città a un’ora e mezza dalla City. Voglio dire, nella vera America, quella che il 90% delle persone non ha visto. Tutti pensano che gli Stati Uniti siano la Grande Mela o altre importanti metropoli americane; invece vi assicuro che non è così. Comunque, tornando al punto, adesso come adesso resto solo per lavoro, arricchire il mio CV e migliorare l’inglese (e spagnolo, dato che i miei operai sono tutti ispanici). Ah! E per le partite di basket!

Quanto c'è di italiano negli americani?
Di immigrati di seconda e terza generazione ce ne sono a milioni. Ti dico solo che qui ci sono città che si chiamano Asti, Siena, Verona. Il problema è che si son americanizzati troppo e hanno perso alcune tradizioni e le hanno modificate. Esempio lampante il cibo: anche gli italo-americani mangiano piatti italiani “americano-modificati”. Si trovano ancora persone che parlano italiano, anzi, dialetto, specialmente quelli di una certa età, come il mio barbiere.

Che cosa di americano porteresti in Italia?
Sicuramente il modo di lavorare: è meritocratico, se vali ti tengono e ti pagano bene e l'aumento te lo concedono anche senza chiederlo. Al contrario, se non vali, sei fuori. Poi c'è molta settorialità, nel senso che, se sei pagato per fare un certo tipo di lavoro, fai quello e non devi risolvere problematiche di altri ambiti aziendali, anche se chi ne è responsabile non se ne occupa.
Altro tema importante è la politica delle importazioni. Ti faccio un esempio: vuoi un capo d'abbigliamento e vuoi spendere poco? Allora prendi brand americani. Altrimenti, se vuoi un brand estero, lo paghi molto di più a causa dell’elevata tassazione delle merci in entrata nel paese. In Italia, purtroppo, è il contrario.

Qual è stato il momento in cui hai capito di aver preso la decisione giusta a partire?
Quando è cominciata la crisi economica in Europa e in Italia. Fino ad allora pensavo di avere fatto quella sbagliata.

Quali sono i momenti, se ce ne sono, in cui ti senti orgoglioso di essere italiano?
Sono orgoglioso di essere italiano, quasi sempre. Parlo spesso del mio paese e delle tradizioni italiane, ne vado fiero. Lo sono un po’ meno quando gli americani mi chiedono come può uno come Berlusconi aver fatto il capo del governo per così tanto tempo e ultimamente, dopo la vicenda del Costa Concordia e del Capitano Schettino, non ti dico le prese per il culo, sia direttamente a me che  per i media in TV. Da vergognarsi quella telefonata famosa.

Parla alle nuove generazioni, dai loro un consiglio.
Dai! Non sono poi così vecchio! Io vi dico che una esperienza all'estero non fa mai male. Adesso frequento un corso di americano all'Università e in classe ho persone da tutte le parti del mondo. Ogni giorno si impara qualcosa che sarà utile nella vita, ve lo assicuro.

Tramonto newyorkese e tramonto italiano. Quale vince?
Uhm… Forse tramonto Newyorkese, con accanto una bella ragazza italiana.





venerdì 10 febbraio 2012

Partenze

Anche il cucchiaino passeggia assorto nella tazza di caffè bollente. Lo stesso caffè condiviso con un vecchio amico, nella mattina di un sabato veloce e distratto. “Ma tu vuoi partire o scappare?”, mi chiede subito dopo avermi ascoltato bene.
E da alcuni giorni mi lascio accompagnare da questa domanda, sperando che la risposta arrivi come Natale dopo Ferragosto. Ti distrai un attimo e hai già palle ovunque.
Chissà se questo mio dubbio verrà risolto con la serie di interviste che pubblicheremo a partire da stasera.
Abbiamo chiesto alla meglio gioventù espatriata di dire la loro sulla vita, la crisi, l’economia, la gente, il mondo, l’Italia. Per rubare loro quella saggezza straniera, segreta e a volte troppo distante, e farne roba nostra.
Inizieremo con Gabriele, partito, e non scappato, più di 2 anni fa per l'Australia a caccia di canguri (anche se lui nega!).
Ringraziamo fin d’ora tutti i ragazzi che hanno partecipato e parteciperanno a questa iniziativa.
Buona lettura.

FameChimica


Da quanto tempo vivi in Australia?
Vivo in Australia da più di due anni. Ho vissuto un anno e mezzo a Sydney-Bondi Beach, tre mesi a Griffith-Regional NSW ed ora, da poco più di 3 mesi, vivo in maniera stabile (finalmente aggiungo) a Canberra, la capitale.
Sei partito per inseguire i canguri o per cercare la terra promessa?
Sono molti i motivi per cui sono partito, per tutta una serie di vicende, fatti non avvenuti, situazioni, reazioni a catena. Diciamo solo che da un paio di mesi andavo chiedendomi il perchè di tante, troppe cose: a Treviso avevo molto, ma non abbastanza, e quando inizi a realizzare che a 24 anni ti stai accontentando e non sei felice, è proprio il momento di prendere in mano la situazione e provare, metterti in gioco, mordere la vita e succhiarne il midollo. Ed io ho deciso di farlo, a modo mio ovviamente. Non siamo tutti uguali.
Cosa fai quando non insegui i canguri (la ragione reale per cui sei partito)?
Partiamo dal presupposto che non inseguo i canguri  perchè semplicemente qui ce ne sono troppi! Diciamo che dall'alba al tramonto mi dedico al mio lavoro, quasi ogni giorno, per scelta ovviamente. Mi piace, ho voglia di guadagnare soldi, fiducia, ho voglia di dimostrare, soprattutto a me stesso, che riesco a spingermi al di là dei limiti fisici e mentali, che solitamente mi aspetto di avere. Tanto per chiarezza, ti dirò che lavoro in un parco vacanze con oltre 100 alloggi, gestisco le manutenzioni e sto collaborando all'ampliamento di tale parco con altre 100 unità, mi prendo cura dei rimanenti 600 acri di terreno-principalmente bosco e cava di roccia, ed altri business per conto del mio Boss. Quindi, capirai che non mi resta molto tempo libero. Ma mi va bene così, mi sono dato alla pazza gioia a Sydney per un bel po', ora voglio dedicarmi a qualcosa di costruttivo.
Gli australiani sono da invidiare perchè...
Perchè sono dei maledetti ''bludgers'', come si dice in slang. Sono fannulloni, ma questo è effettivamente un bene per chi ha voglia di lavorare, la concorrenza è zero. A parte questa parentesi pseudosarcastica, devo riconoscere che sono generalmente molto disponibili e non portano assolutamente rancore, almeno per chi vive in campagna. In città, personalmente, credo siano troppo europeizzati, di conseguenza più… ehm… stronzi. Perdona la franchezza ma è così.
Ad ogni modo sono grandi perchè non sanno cos'è lo stress. Qui per loro non esiste, il loro motto è ''no worries'', e non si preoccupano di nulla. Da un lato mi fanno perdere la pazienza, ma dall'altro li invidio un po'. Perchè io, da buon trevigiano, sono in ritardo anche quando sono in anticipo, non ho pazienza nè tanto meno tempo da perdere.
Cosa ti manca del tuo paese?
In molti direbbero il cibo però, al giorno d'oggi, se sai come muoverti riesci a trovare praticamente qualsiasi prodotto da ogni parte del modo. Quindi ciò che mi manca davvero è l'acqua di fontana. E gli odori di casa mia e della campagna trevigiana e veneta in generale. E poi, ovviamente, la storia che si respira in ogni dove lassù dove sono le mie radici.
Cosa dell'Australia porteresti in Italia?
Sicuramente la giustizia e la Royal Commission, ed in generale il rispetto delle regole. Chi sgarra e viene beccato PAGA con galera, multe, ecc. Non come in Italia che paghi per non venir beccato, o ti beccano e paghi con mazzette e così via. Ovvio che il marcio c'è anche qui, ma è proprio minimo. Come la criminalità: in un anno e mezzo a Sydney non ho mai chiuso a chiave la porta di casa.
Quale sensazione provi quando torni a casa? E' difficile poi ripartire?
Sicuramente  è difficile, ho lasciato un padre che mi ha dato praticamente tutto ciò che poteva,  insegnandomi i valori che io un giorno sperò riuscirò a tramandare a mia volta, una nonna che mi regala sempre il più bel sorriso del mondo, una sorella ed un cognato che amo e che l'anno scorso mi hanno fatto diventare zio di un bellissimo bambino. In più zii e cugini che ogni volta sperano che non riparta più. Però il mio posto è qui, lo so, lo sento. Devo pesare a me e, a Dio piacendo, al futuro della famiglia che un giorno formerò. Sono più che convinto che la mia scelta sia stata la più giusta per me, e magari, un giorno, riuscirò a far godere anche i miei cari dei miei sacrifici, poichè, ci tengo a sottolinearlo, stare all'estero da soli non è facile. Se poi si cerca di emigrare, ad esempio in Australia, la strada si fa sempre più tortuosa. Anche se la maggior parte della gente a Treviso pensa che io sia in ferie. Seeeeee...
Dimmi 3 motivi per cui un ragazzo oggi dovrebbe prender la valigia e partire.
Te ne dirò solo uno. Ovunque vada, qualunque cosa faccia, che ritorni a casa o meno. Per CRESCERE.




lunedì 2 gennaio 2012

Nessuno comincia a contare da zero

E' decisamente terapeutico smettere di contare per fare una pausa e ricominciare da UNO. Naturalmente da UNO.
Nessuno che abbia un lieve senso pratico o sanità mentale sufficiente comincia a contare da zero, nemmeno noi.
C'è la possibilità di farlo e questo ci basta per evitarlo. Me se UNO vuol dire qualcosa, sicuramente è il succo concentrato dei 365 bicchieri che ci siamo fatti fuori e che ci sono rimasti addosso.
Si parte da UNO, per noi di FameChimica è un UNO gigante, l'inizio dell'inizio, il Big Bang, il Primo Giorno. Ci siamo addormentati per alcuni istanti ammirando che, per il momento, è cosa buona.
E ci siamo rimessi a contare poi con i migliori propositi, raccogliendone alcuni: essere schifosamente felice, lavare l'auto almeno una volta al mese, imparare un libro a memoria, avere un'idea rivoluzionaria, ascoltare di più, imparare a sciare, studiare l'arabo, sposarsi e avere figli possibilmente in quest'ordine, prendere un thè davanti al Taj Mahal, segnare 50 gol, andare a vivere da solo, rimettere il cuore al suo posto perchè per togliere il peso si è dovuto togliere anche il cuore, scrivere un romanzo, credere nelle fate, lavorare di meno, fare un viaggio indimenticabile, fare più sesso, vestirsi da Maya per la fine del mondo, passare più tempo possibile su facebook (ironico, sia chiaro!), vivere in simbiosi con la macchina fotografica, bere solo Cosmopolitan, imparare a disegnare una pecora, essere più paziente, scrivere un articolo su Italo Calvino, non lamentarsi di nulla, far conoscere alle altre persone ciò in cui si è bravi, diventare vegetariano, comprare il primo Mac, studiare storia dell'arte, comporre una canzone, risparmiare e assimilare il concetto che il segno meno del risultato di bilancio non va di moda, adottare un bambino a distanza, tagliare i capelli, dire a P. D. che sono sempre stata innamorata di lui, svincolarmi dal numero 27, correre la maratona di New York.
Potrei continuare ancora un pò, questo gioco è tanto bello quanto sconvolgente. Le persone, quando pensano a essere migliori, lo fanno in grande.
L'augurio, che distribuiamo con la stessa allegria di una Befana con le caramelle, non può essere che la speranza che tutti voi cominciate a contare da UNO anche l'anno prossimo.
Che tutto quello che costruirete, demolirete, colorerete, dimenticherete, ricorderete, accrescerete, taglierete, duplicherete, sia un nuovo inizio per l'anno che verrà, vestito della stessa voglia ardente di diventare più.
Buon anno.


FameChimica